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  • Silvano Scalabrella

La utilità del dolore

Se noi consideriamo il dolore come avvertimento e monito, allora esso non è semplicemente un disturbo, il sintomo di una malattia da combattere insieme alla malattia stessa. In caso contrario il dolore viene assimilato alla malattia come un qualcosa di altrettanto 'fisico', come la malattia stessa lo è, se intesa in modo restrittivo e confinata alla sua somaticità.

Per molti dolore e malattia sono un qualcosa che va rimosso. al più presto, in quanto manifestazione di un limite inaccettabile: si pretende di eliminare quanto di essi si presenta 'esterno', misurabile, eccedente, superfluo. Lo si preferisce tagliare via dalla parte 'sana', che in quanto tale può restare inalterata.

Ma il dolore non è semplicisticamente il sintomo di una malattia, così come - in teologia morale - la 'tentazione' non è 'sintomo' (inteso come evidenza in atto) del male: 'dolore' e 'tentazione' non vanno letti immediatamente ed esclusivamente in senso negativo (come, purtroppo, invece, accade). Nel dolore e nella tentazione l'uomo ha la possibilità esistenziale di esprimere il meglio di sé, la propria grandezza umana, intellettuale, spirituale. A ciascuno di noi è concessa la capacità di amare attraverso l'arte, la preghiera, il sacrificio di sé, l'esemplarità di una scelta di vita edificante. La sapienza di vita ci insegna che tale esemplarità si manifesta, a livello individuale e collettivo, proprio nel momento del dolore e della tentazione: lì viene fuori la reale grandezza d'animo. Allora il dolore, apparentemente 'inutile', si trasforma nella umanamente utile sofferenza.

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