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  • Silvano Scalabrella

La questione dei laici

Il Concilio Vaticano II fu salutato come il concilio dei laici: tale fu l'impressione che destò nel mondo cattolico, e non solo, la volontà di volere superare la secolare fase storica della condizione di subalternità gregaria all'Istituzione ecclesiastica. Il concilio riconobbe al fedele laico un suo statuto teologico, legittimando l'attribuzione ad esso di una sua indole secolare. Questa novità metteva in questione l'antica separazione tra gerarchia e laicato e sembrava aprirsi ad una nuova prospettiva ecclesiologica impostata, anziché sul trinomio chierici-religiosi-laici, sul binomio carismi-ministeri.

50 anni di dibattito teologico e di interventi del Magistero della Chiesa non hanno ancora sciolto le difficoltà relative alla nozione di laico e ad una piena, effettiva sua comprensione e collocazione ecclesiale. Oggi, per di più, è molto avvertita l'esigenza di riflettere soprattutto sul ruolo dei laici nell'ambito del ministero e del compito pastorale dell'intera Chiesa. In tal modo,si corre il pericolo di abbandonare la riflessione sull'essenza e sullo statuto teologico dei laici, col rischio che la stessa nozione di laico perda del tutto la sua rilevanza ecclesiologica. Sono in molti, tra teologi e vescovi, a ritenere che la cosa migliore, per uscir fuori da una questione apparentemente irrisolvibile, sarebbe quella di abbandonare del tutto l'uso del termine 'laico', per designare la figura del cristiano non-chierico, non-religioso e sostituirlo con un termine meno ambiguo e compromesso, anche linguisticamente, da secoli di insignificanza teologica e irrilevanza ecclesiale. A me questa non appare la scelta migliore. Forse abbiamo bisogno del coraggio di andare fino in fondo alla questione e scoprire su che si fonda la specifica vocazione-missione del fedele laico nella Chiesa e nel mondo.

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