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  • Silvano Scalabrella

L'esperienza religiosa: individuale o comune?

Alla fine conterà la mia esperienza religiosa individuale, oppure l'esperienza religiosa comune? Chi può fare esperienza della 'esperienza comune'? Dove la incontro? Nella liturgia? Nel Magistero o nella Tradizione? La incontro nella storia, nel dogma, nel culto? Ma allora non è 'comune': è solo ortodossia. 'Comune' significa: di tutti gli individui viventi la fede in Dio. Quando Gesù predicava il Regno di Dio, si rivolgeva agli individui o alla sua religione o, ancor più, a tutte le religioni? Si rivolgeva a ciascun uomo, a ciascuna donna o alla comunità? Si rivolgeva al sentimento religioso del singolo oppure interloquiva con un sentire religioso comune? A chi chiede la conversione del cuore: a Nicodemo o al Sinedrio? Chi rappresenta l'esperienza religiosa comune: Nicodemo? IL Sinedrio? Il giudaismo nel suo insieme? Nessuno dei tre.

Credo che, se mai esiste tale esperienza comune, questa non la si può rappresentare in termini razionali, storici, oggettivi: non si incarna in nessuno, neanche nella Dottrina. Forse per averne un'idea, dovremmo conoscere - e condividere nel profondo del cuore - tutta la vita, le opere, il pensiero dei credenti, di ieri e di oggi. Se mai questo fosse possibile ad un uomo solo, anche per quel poco che riuscirebbe a fare, proverebbe l'amara esperienza della pluralità e troppo spesso la discordanza (le dissonanze), e talvolta purtroppo l'inconciliabilità delle esperienze, la contraddizione di testimonianze talmente opposte da non poterle ricondurre alla stessa matrice religiosa. E questa è, impossibile negarlo, la storia millenaria del cristianesimo, delle Chiese cattolica-protestante-ortodossa, della cristianità sparsa per il mondo, delle quali cose l'individuo non sa niente, se non il poco che ha la pazienza di leggere in qualche libro (anch'esso, ancor più, parziale, particolare, se non fazioso).

Se poi estendiamo questa riflessione a tute le religioni, allora lo stordimento è totale. Quando mai arriveremo ad una retta teologia delle religioni? Rispetto ad essa, mi sembra che oggi stiamo allo stesso punto, nella stessa situazione in cui si ebbero a trovare gli autoctoni delle Americhe davanti all'arrivo dei Conquistadores. Parliamo oggi miseramente di gingilli e vetrini colorati: siamo terribilmente lontani da un pensiero, da un sentire, da un essere all'altezza della natura universale, cosmica, divina, di cui il Creatore ci ha dotato. Siamo così miseramente all'inizio del viaggio evolutivo, da rassomigliare più all'uomo delle caverne che all'uomo-spirito che saremo, forse tra millenni, se non milioni di anni. Mi sento di parlare così, anche se in questi pochi millenni di storia umana abbiamo avuto l'incoraggiante testimonianza di non pochi uomini, di non poche donne, che ci hanno fatto intravedere con la loro singola vita (che non è mai divenuta 'comune', e ancor meno generale, istituzionale) il Paradiso in cui noi tutti speriamo. Per ora è solo questa speranza a sostenerci in vita.

(continua)



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