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  • Silvano Scalabrella

Il valore terapeutico della malattia

L'approccio al dolore è compito esclusivo della ricerca biologica e medica o può riguardare anche altre discipline che hanno per oggetto di ricerca la natura umana, ma da un punto di vista filosofico? Cosa ha da dire la filosofia ad un consesso di medici ed esperti clinici?

Nonostante il progresso della ricerca medica - sia nell'ambito della sperimentazione di laboratorio sia dell'attività ospedaliera particolarmente mirata all'osservazione del paziente da parte di medici e psicologi - il dolore è ben lontano dall'essere sconfitto. Ciò vale in particolare per il dolore divenuto cronico.

la cronicizzazione del dolore oggi sembra avere a che fare molto con il nostro 'stile di vita' (ritmi frenetici, scarsa attenzione alle esigenze di moto e di rilassamento dell'organismo, meccanicizzazione della quotidianità, etc.). Ciò è vero fino al punto che ci si chiede se il dolore sia divenuto una malattia in sé.

Guardando al dolore in quest'ottica, l'attenzione terapeutica si deve spostare necessariamente sul paziente e sulle sue necessità. Ciò significa che al centro del programma di cura non ci deve essere la prassi farmacologica, supportata dalla piena fiducia nell'avanzamento delle conoscenze scientifiche, ma, soprattutto, il paziente stesso, perché il centro del dolore è proprio il soggetto che attraverso esso comunica se stesso. Nella misura in cui il soggetto comprende la propria sofferenza, partecipa attivamente all'azione terapeutica e al processo di guarigione.

Dunque per il soggetto sofferente il dolore è un 'compito'. Da parte della scienza medica, invece,il compito è quello di impedire la cronicizzazione fisica e psichica del dolore. I due compiti sono in stretta e profonda relazione.

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